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Scurcola Marsicana è costituita attualmente dalla parte storica completamente collocata alle pendici del Monte S. Nicola e da numerose costruzioni nuove, realizzate lungo la pianura circostante.

Il Borgo di Scurcola Marsicana

Scurcola Marsicana è un grazioso borgo abruzzese di circa 2500 abitanti in provincia dell’Aquila.

Le sue origini risalgono all’età del ferro (IX-VIII sec. a.C.), come dimostra la necropoli rinvenuta nel suo territorio. Scurcola Marsicana è costituita attualmente da una parte storica completamente collocata alle pendici del Monte S. Nicola e da numerose costruzioni nuove, realizzate lungo la pianura circostante.

È ubicata oltre il margine occidentale del Fucino, meraviglioso altopiano della Marsica, su un fianco e alle falde del Monte S. Nicola. Si estende su una superficie di 3.001 ettari, a una quota di 700 metri s.l.m..

Dall’alto del paese si domina la piana dei Campi Palentini che, nell’antichità, formava un unico lago con il Fucino. Caratterizzata da un clima mite e da un paesaggio montagnoso di rara bellezza, Scurcola è una meta ambita per i viaggiatori che desiderano visitare uno degli angoli di Abruzzo, più suggestivi e spettacolari.

Scurcola Chiesa SS. Trinità

 

La Storia

I recenti ritrovamenti di una necropoli dell’età del ferro, sita nei pressi del fiume che scorre vicino al paese, testimonia l’esistenza di un antico villaggio posto alla sommità del Monte S. Nicola ed è quindi un’ importante prova delle antiche origini del paese.

Il nome Scurcola deriva da un’antica voce longobarda “skulk” che vuol dire posto di guardia. Secondo il Febonio, Scurcola sarebbe sorta per opera dei cittadini di Alba Fucens, i quali, dopo la distruzione della loro città per opera di Carlo d’Angió, avrebbero formato un castello sopra un’altura, sulla quale più tardi gli Orsini innalzarono una rocca fornita di torri.

Non sappiamo quanto tale notizia possa essere veritiera, soprattutto se si tien conto dell’origine longobarda del nome che farebbe pensare a una maggiore antichità del centro di Scurcola. Ad ogni modo, solo con la costruzione della chiesa S. Maria della Vittoria e dell’annesso monastero cistercense si può dire che abbia inizio la moderna storia del paese. Ben presto fu proprio quest’abbazia ad acquisire diritti feudali e quasi vescovili, tanto da controllare e avere sotto di sé numerose terre della Marsica, da Ponti e Corcumello a Poggio Filippo e S. Donato, da Venere e Vico a Lecce e Gioia.

Verso il XVI secolo però, abbandonato il monastero dai Cistercensi e passato tutto il feudo sotto i Colonna, Scurcola perse il suo antico prestigio, pur rimanendo un centro abbastanza notevole, anche per la presenza (nel Seicento) di ben tre grandi monasteri (dei Conventuali, dei Carmelitani e dei Cappuccini).

L’occupazione francese dell’Abruzzo nel 1799, l’abolizione dei feudi nel 1806, le vicende politico-militari del XIX secolo, coinvolsero anche Scurcola che rimase però sostanzialmente fedele alla causa borbonica fino all’unità d’Italia, accogliendo festosamente il re Ferdinando II in visita alla Marsica nel 1843.

Gli avvenimenti del 1860-61 – con la carneficina operata dai Piemontesi nella chiesa delle Anime Sante – danno un tono di tragedia alla vicenda umana e storica di Scurcola.

 

Da vedere

Scurcola Marsicana è ricca di storia e tradizioni che vengono sottolineate e ricordate dalle sue numerose chiese e monumenti.

Degne di nota sono: la Chiesa della S.S. Trinità, uno dei monumenti nazionali di Scurcola, la Chiesa del Santissimo Sacramento, la Chiesa di Sant’Antonio, quella di Sant’Egidio e la Venere. Quest’ultima fu eretta verso la fine dell’800, in occasione dell’inaugurazione del primo acquedotto comunale, sulla piazza che oggi si chiama “del Risorgimento”. Per oltre mezzo secolo tutta la popolazione ha attinto acqua da questa unica fontana fino a quando, per una diversa sistemazione della piazza, non ne fu decisa la rimozione. Solamente dopo 26 anni, nel 1974, il comitato civico e l’amministrazione comunale, vollero restituire alla popolazione la sua fontana.

Scurcola Chiesa di S. Egidio

Da non perdere sono inoltre: il Castello Orsini che, attualmente, si presenta nella sua fase rinascimentale con una pianta triangolare dotata alla base da due torrioni cilindrici sugli spigoli e un bastione, di forma semiovata; la Necropoli dei Piani Palentini, segnalata alla Soprintendenza nel 1983 per la presenza di tombe protostoriche; il centro storico e la frazione Cappele dei Marsi.

Scurcola Vincenzo Nuccetelli
Foto di Vincenzo Nuccetelli

 

Da gustare

Ogni periodo dell’anno rappresenta per Scurcola un’occasione di festa e celebrazione, accompagnato inevitabilmente dai rispettivi piatti tipici, che riunivano le famiglie a tavola, condividendo il piacere di una cucina semplice e genuina.

Per il Natale

I dolci della tradizione natalizia scurcolana sono per lo più realizzati con l’utilizzo di prodotti tipici della stagione invernale: noci, nocciole, mandorle, miele, frutta secca.

Coperchiole: dolci costituiti da due “coperchi” (da cui il nome), realizzati secondo la ricetta delle “nevole”, all’interno dei quali vi è un ripieno formato da un impasto morbido (non cotto) composto da miele, mandorle tritate, scorza d’arancia grattugiata e un po’ di liquore.

– Pizza con la “porcaria”: è un dolce molto sostanzioso, formato da un rotolo di pasta riempito di un composto fatto di fichi secchi, miele, noci, uvetta, ecc. (la “porcaria”) e poi avvolto a spirale fino a formare una pizza.

– Morzitti: sono noti ai più come “mostaccioli”, infatti si tratta di dolci a base di mosto di vino, di forma romboidale.

Per il Carnevale

I dolci carnevaleschi scurcolani sono simili a quelli della tradizione italiana più diffusa, probabilmente l’unica differenza è nella denominazione. Si tratta, in ogni caso, di ricette abbastanza note e popolari.

– Frappe: strisce di pasta dolce, aromatizzata con limone, cannella o liquore, fritte in olio bollente e cosparse di zucchero. In altre zone d’Italia vengono chiamate anche chiacchiere, bugie, cenci, crostoli, ecc.

– Castagnole: palline a base di uova, zucchero, farina, burro, liquore, fritte in olio bollente e cosparse di zucchero.

– Cicerchiata: con un impasto simile a quello della pasta frolla si formano tante palline delle dimensioni di un cece (da cui il nome), si friggono in olio e vengono composte in vari modi con l’utilizzo di miele e altri aromi.

– Ciambelle fritte: l’impasto è a base di patate, uova, farina e zucchero. Vengono lasciate lievitare, fritte e cosparse di zucchero.

Per la Pasqua

Dopo il periodo di quaresima pasquale, durante il quale non sarebbe consentito mangiare dolciumi, a Scurcola si è soliti arricchire le tavole con alcuni prodotti tradizionali.

– Pizza di Pasqua: è una sorta di pane dolce il cui impasto è arricchito da uova, uvetta, rhum. Lievita e viene cotto esattamente come il pane.

– Ciammelle: è lo stesso dolce che molti conoscono grazie alla Sagra del paese, ma esso è tradizionalmente legato al periodo pasquale. L’impasto è molto semplice ed è a base di uova, zucchero, farina, olio e lievito. Prima di passare in forno devono essere precotte in acqua bollente salata.

– Fiatoni: sono dolci-non-dolci a base di formaggio. Durante la cottura si gonfiano, per questo vengono chiamati “fiatoni”.

Altri dolci tradizionali scurcolani

– ‘Mbreachegli: questo è il nome dialettale delle più italiche “ciambelline al vino”. Sono dolci secchi tra i cui ingredienti c’è, per l’appunto, il vino bianco.

– Pizzicotti: in altri luoghi vengono chiamati anche i “brutti ma buoni”. Sono dolci “invernali” perché fatti con noci, uvetta, cacao, cioccolato, ecc. Li chiamiamo “pizzicotti” perché l’impasto, prima di essere cotto nel forno, viene “pizzicato” a formare i singoli biscotti.

– Nevole: altrove vengono chiamate ferratelle. Sono dolci sottili e leggeri, realizzati con un impasto a base di uova, farina, olio e cannella e cotti con degli appositi “ferri” che schiacciano e comprimono l’impasto.

– Savoiardi: sono biscotti molto semplici dalla forma allungata composti da uova, zucchero, farina, strutto e ammoniaca.

– Ciambellone: anche in questo caso si tratta di un dolce molto comune a forma di grande ciambella. È fatto con un impasto morbido composto da uova, zucchero, farina, latte, burro e lievito.

– Anasetti: dolcetti a forma di ciambellina o di biscotto tondo nel cui impasto, fra gli altri ingredienti, ci sono anche i semi di anice, che danno loro il nome (in dialetto).

– Fiocchi di neve: vengono spesso e impropriamente chiamate “spumette”. Sono simili alle meringhe ma sono fatte con albumi montati, zucchero e mandorle a scaglie.

– Pastarelle: sono semplici biscotti circolari del diametro di qualche centimetro formati con una pasta fatta di uova, zucchero, farina e ammoniaca. La loro superficie viene bagnata con albume montato e zucchero, poi si passano in forno.

I dolci e i ricordi di un tempo

– Masciotte: sono delle “nevole” salate. Si preparano con acqua, farina, sale e un po’ di peperoncino.

Le nevole sono protagoniste anche di un interessante aneddoto del passato. Un tempo venivano preparate mettendo a scaldare il “ferro” sul fuoco del camino, il quale per non rovinarne la cottura, doveva essere ben caldo e pulito. Le donne di Scurcola quindi, dopo aver preparato le nevole, raccoglievano gli avanzi di farina, li mescolavano con acqua e sale. L’impasto ottenuto veniva ripartito in piccoli gnocchi e cotto all’interno del “ferro”. In questo modo preparavano delle “masciotte” che gli uomini, seduti accanto al caminetto, mangiavano calde, accompagnandole con un buon bicchiere di vino paesano. Così il “ferro” veniva preparato per accogliere le vere nevole, gli avanzi di farina non venivano sprecati e gli uomini potevano sgranocchiare qualcosa di buono.

– “Ciammellitti cremore e bicarbonato”: sono semplici ciambelline che si impastavano con uova, latte, farina e la cosiddetta “medicina”, vale a dire l’ammoniaca per dolci.

Quando le donne scurcolane preparavano questi “ciammellitti” andavano a compare il “cremore e bicarbonato” nei negozi del tempo. A volte, con l’aiuto di una penna di gallina, usata come pennellino, venivano bagnati con il tuorlo d’uovo per renderli dorati nel corso della cottura in forno. Questi dolcetti, di solito, venivano preparati in occasione di matrimoni.

– “Coelle”: sono delle ciambelle preparate con i semi di anice. La loro peculiarità sta nella forma, infatti non sono tonde come le normali ciambelle, ma sono oblunghe con le due estremità sovrapposte e schiacciate insieme.

– Gentilini: prendono il nome dai più famosi biscotti. Sono fatti con uova, zucchero, farina e ammoniaca per dolci. Vengono tagliati trasversalmente e decorati con l’aiuto di una forchetta.

– Spumette: quelle vere non hanno nulla a che fare con i “fiocchi di neve”. Sono infatti dei dolci fatti con i tuorli d’uovo e mandorle tritate. Anche esse venivano per lo più preparate in occasioni di nozze.

Tempo di vendemmia

Ci sono delle preparazioni scurcolane molto antiche, tipiche del periodo della vendemmia. Si tratta di prodotti a base di uva che venivano spesso conservati ed usati nel corso di tutto l’inverno.

– “Musto cótto”: il mosto, prelevato dal torchio, veniva filtrato e messo a bollire per diverse ore. Alla fine si doveva ottenere un fluido abbastanza denso, dal colore scuro e dal gusto estremamente dolce. Veniva mangiato sul pane o, spesso, usato come condimento per la polenta. In alcuni casi c’era anche chi lo utilizzava come panacea: un rimedio per i mal di pancia.

– Uvata: dopo aver vendemmiato le donne sceglievano gli acini più grossi dell’uva appena raccolta. Li mettevano in una pentola, immersi nel mosto cotto, a bollire sul fuoco. Dopo diverse ore di bollitura (anche 8/10), il tutto si addensava e diveniva simile a una marmellata. L’uvata veniva usata, come il mosto, sul pane o sulla polenta. Si poteva conservare in barattoli di vetro e usare nel corso di tutto l’inverno.

– Perata: prima che il mosto cotto fosse pronto se ne prendeva una parte e si versava in un’altra pentola. Si aggiungevano delle pere raccolte nelle campagne di Scurcola (dette “mazzute”) e si facevano cuocere per un po’ di tempo nel mosto. Alla fine si otteneva un composto simile a una marmellata che veniva cosparso sul pane.

Comunioni e cresime

Un tempo a Scurcola, durante la Domenica delle Palme, quindi poco prima di Pasqua, venivano celebrate le Comunioni e le Cresime. C’era un rito molto particolare che veniva sempre rispettato e che consisteva in un dono molto speciale che le “comari” o i “compari” (madrine o padrini) facevano ai loro comunicandi e cresimandi.

Se la comunione o la cresima era ricevuta da una bambina, la madrina le regalava la cosiddetta “pupa”. Era un dolce preparato con un impasto molto simile a quello della Pizza di Pasqua, aveva le fattezze di una bambola, con la testa, il vestitino, le gambe e le braccia. Al centro della pupa veniva sistemato un uovo lesso fermato con due striscioline di pasta. Il dolce veniva poi spennellato con del tuorlo d’uovo e coperto con confettini colorati.

Se a ricevere la comunione era invece un bambino, il padrino gli regalava “jo valleteglio” (il galletto). L’impasto era identico a quello della pupa ma cambiava la forma che, come intuibile, era quella di un piccolo gallo al centro del quale veniva comunque posizionato l’uovo.

Pizzigli

I pizzigli sono delle semplici focacce salate non lievitate, realizzate soprattutto nel periodo invernale. I pizzigli venivano cotti sulla teglia calda del camino, sotto “jo cóppo” (una sorta di coperchio metallico, sul quale si mettono i carboni ardenti che, col calore sprigionato, cuociono ciò che viene collocato al di sotto). I pizzigli si mangiavano al posto del pane, accompagnavano piatti di verdura, salumi e altro.

“Pizziglio summo”: summo significa non lievitato. Questo semplice pizziglio si preparava con farina di grano, acqua, un uovo, bicarbonato e sale. Una volta preparato il disco di pasta, si ungeva la sua superficie con dell’olio e poi, con l’aiuto di un coltellino, si decorava con dei leggeri tagli a formare dei quadrati, e bucato con una forchetta.

“Pizziglio giallo”: si preparava esattamente come “jo pizziglio summo”, l’unica differenza sta negli ingredienti. Per “jo pizziglio giallo”, infatti, oltre alla farina di grano si utilizzava anche la farina gialla (di mais) e un po’ di polenta già cotta.

Nelle sere d’inverno, quando si preparava “jo pizziglio”, le donne di Scurcola erano solite infilare nell’impasto anche una monetina. Chi, fra i commensali, mangiando “jo pizziglio”, incappava nella monetina non solo aveva diritto a tenersela ma, per quella sera, e solo per gioco, godeva di una sorta di privilegio in più.

Scurcola dolci

Cosa fare

Una particolare usanza della Pasqua nella Marsica è il Cenacolo di Scurcola Marsicana, cerimonia con cui si suole commemorare l’ultima cena di Gesù. Tale uso trasse origine a Scurcola dalle locali confraternite del SS. Sacramento, della SS. Trinità, del Suffragio e di S. Bernardino da Siena, le quali ebbero un tempo notevole importanza, non solo per i numerosi confratelli che le formavano, ma anche perché erano fabbricerie di chiese, ragion per cui ebbero regio riconoscimento nel Regno delle Due Sicilie. Poiché queste confraternite possedevano beni, fra le spese ad esse affidate fu compresa anche quella di una refezione ai poveri nel giovedì della settimana santa. Refezione che consisteva in un piatto di ceci, una pietanza di baccalà, due alici, contorni di verdura e un pezzo di pane: vi prendevano parte insieme ai poveri anche tutti gli associati alle confraternite che, col saio, nel giorno santo, adempivano al precetto pasquale e facevano la lavanda dei piedi ai confratelli più vecchi. Il venerdì poi partecipavano alla grande processione del Cristo morto.

Cosicché si aveva una fraterna agape che, semplice e socievole, richiamava alla memoria i solidali conviti dei primi cristiani. Tale consuetudine esiste a Scurcola da antico tempo e conserva le pratiche religiose ad essa connesse, non si è affievolita malgrado i beni delle confraternite furono incamerati dallo Stato, poiché per volere degli Scurcolani, fu incluso proprio il mantenimento del Cenacolo.

Veramente solenne e caro agli Scurcolani è il Calvario o Via Crucis che si celebra nella Chiesa della SS. Trinità la sera del Venerdì Santo, e soprattutto grandiosa è la processione che si effettua con la partecipazione delle quattro Confraternite e di tutto il popolo, nella mattinata dello stesso giorno dalle otto alle quattordici, partendo dalla Chiesa madre della SS. Trinità e con la visita delle a tre chiese: S. Vincenzo, S. Egidio, Madonna della Vittoria, S. Sebastiano, S. Antonio, Anime Sante, fino alla conclusione alla Chiesa Madre.

Scurcola Anatolia Claudio Damia
Foto di Anatolia Claudio Damia

 

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